Situato al termine di via Pendino, il nucleo originario del palazzo risale al Cinquecento, sebbene l'edificio abbia subito successivi ampliamenti nel corso dei secoli successivi. Guardando dal mare, la struttura è facilmente riconoscibile per la sua caratteristica loggia protetta da ampi archi a tutto sesto. Con altre facciate del borgo, quella di Palazzo Ciaccio, di forte impatto cromatico e architettonico, ha di certo ispirato i noti versi di Giuseppe Ungaretti che, intento a immortalare la sua «visione» del borgo nel suo taccuino Viaggio nel Mezzogiorno, fa riferimento a «case gravi e brune e a grandi arcate».
Dal prospetto posteriore si evince che, come per molti edifici del tempo, anche Palazzo Ciaccio ospitava, al primo livello, spaziosi locali rustici adibiti a depositi, a testominianza di come questa famiglia - sulla scia dei succitati Vetere, Pinto e Mandina - contribuì ad alimentare quell’economia paesana, basata sulla coltivazione olearia e vinicola, che si rivelò redditizia e attrattiva, oltre che per i contadini, per possidenti di una certa agiatezza, spesso commendatari di scambi ed esportazioni con altri centri.
Al suo interno, il palazzo custodiva una cappella privata e una preziosa collezione di uniformi della Prima Guerra Mondiale, mentre la famiglia Ciaccio, proprietaria della dimora, fu ufficialmente iscritta tra la "nobiltà generosa" nel 1834.
Fino ai primi del ‘900, si ricorda l’utilizzo dell’androne per allestire un presepe aperto al pubblico.
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