La storia della Cappella di San Michele Arcangelo a Pisciotta affonda le sue radici in un drammatico fatto di cronaca del 1723, quando un'imbarcazione commerciale locale guidata dal capitano Michele Pinto venne assaltata dai Turchi nei pressi di Ventotene, portando alla cattura dell'intero equipaggio. Dopo un anno di prigionia, gli uomini vennero liberati; come ex-voto per il sicuro ritorno del figlio, il padre di questi, Don Salvatore Pinto, dispose nel proprio testamento del 1730 la fondazione di una cappella adiacente alle proprietà di famiglia. I lavori, interrotti dalla morte del fondatore, vennero portati a compimento nel 1737 dai figli (tra cui il sacerdote don Giacomo) che ne incrementarono le rendite. I documenti storici delle Visite Pastorali descrivono la cappella come un ambiente elegante caratterizzato da un tetto a cupola, un altare in marmo con stucchi in gesso, una statua lignea del Santo, un organo del 1743 «a mantice» ad opera del Carelli e una reliquia della Santa Croce. Va messo in evidenza il pavimento in maiolica, con stemmi della committenza, che rimanda alla bottega del Vaccaro oltre a un passaggio interno riservato che la collegava direttamente all'abitazione di famiglia. Un ovale - che i
documenti descrivono come «tappo per reliquiario» - ritrae il volto della Vergine secondo gli stilemi iconografici della scuola del pittore Solimena. All'esterno, la facciata è nobilitata dal celebre motto “Quis ut Deus”, monito e celebrazione della figura di San Michele nella sua vittoria contro gli angeli ribelli.
[Estratto rielaborato da “Il Feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX di M.Iannone]
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